Secondo lo European Severe Weather Database, nel solo 2023 sono stati registrati 2.360 eventi meteo estremi tra piogge intense e grandinate, più del quadruplo rispetto al 2018. In alcune aree del Mediterraneo, come l’Alto Adriatico e il Mar Ligure, la temperatura superficiale del mare è salita fino a +5°C rispetto alla media storica, generando un “innesco perfetto” per alluvioni, bombe d’acqua e incendi.
Il nostro Paese si trova in una delle regioni più vulnerabili al riscaldamento globale. L’aumento della temperatura media nel Mediterraneo ha raggiunto +2,9°C, quasi il doppio della media globale stimata nel 2024 (+1,6°C). E gli effetti sono visibili: negli ultimi due anni i cittadini sfollati per eventi climatici sono raddoppiati rispetto al decennio precedente.
Un territorio fragile che paga il conto della cementificazione
A rendere ancora più drammatico l’impatto della crisi climatica è l’estrema fragilità del territorio italiano. Il continuo consumo di suolo (pari a 20 ettari al giorno nel 2023) compromette la capacità del terreno di assorbire l’acqua e di regolare il ciclo idrologico. Si costruisce spesso anche in aree ad alto rischio idrogeologico. La conseguenza è che gli eventi estremi non trovano ostacoli e diventano sempre più distruttivi.
Secondo l’ISPRA, la perdita di “effetto spugna” costa al Paese oltre 400 milioni di euro all’anno, solo in termini di danni legati alla gestione dell’acqua. A questi si sommano i costi sanitari, economici e sociali legati agli eventi estremi, sempre più frequenti e intensi.
Adattamento: serve un Piano operativo e risorse concrete
È urgente attuare un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), aggiornato e davvero efficace. Il documento attualmente disponibile presenta gravi carenze, come denunciato da esperti ed esperte del settore. Serve un piano con basi scientifiche solide, accessibile ai decisori e capace di fornire strumenti operativi concreti, sull’esempio delle guide parlamentari britanniche o delle campagne informative del Nord Europa.
In parallelo, è fondamentale attivare strumenti informativi e formativi per la popolazione, a partire dalla scuola. Solo attraverso una cittadinanza consapevole è possibile promuovere comportamenti responsabili e capaci di ridurre il rischio individuale e collettivo. In questo senso, iniziative come la campagna “Io non rischio” della Protezione Civile andrebbero potenziate e diffuse.
Proteggere le strutture sanitarie, ripensare l’urbanistica
Particolare attenzione deve essere riservata alla protezione degli ospedali e delle infrastrutture sanitarie. Un rapporto internazionale (XDI, 2023) segnala che 1 ospedale su 12 nel mondo rischia la chiusura parziale o totale a causa di eventi climatici, soprattutto in aree costiere o fluviali.
Si tratta di una ricerca condotta da Cross Dependency Initiative (XDI), una organizzazione indipendente composta da esperti del rischio climatico fisico che dal 2007 si occupa di identificare, quantificare e comunicare ai decisori politici internazionali i rischi, i danni e i costi del cambiamento e di mitigarne gli effetti per creare comunità umane più resilienti.
In Italia, il rischio è concreto, e servono mappature aggiornate delle vulnerabilità, piani di messa in sicurezza e strategie di rilocalizzazione per le strutture più esposte.
A livello urbanistico, è necessario puntare su soluzioni basate sulla natura: spazi verdi, aree di espansione dei fiumi, materiali permeabili. L’Unione Europea raccomanda di restituire spazio alla natura per mitigare l’impatto degli eventi meteo. Il principio guida dovrebbe essere: “prevenire danni, non solo ripararli”.
Mitigazione: tagliare le emissioni ora, con ciò che già abbiamo
Accanto all’adattamento, serve una strategia decisa di mitigazione, ovvero riduzione delle emissioni. L’Italia ha ridotto in media le sue emissioni dell’1,7% all’anno tra il 2013 e il 2022. Ma per raggiungere l’obiettivo europeo del -55% al 2030 (rispetto ai livelli del 1990), dovrebbe accelerare fino ad almeno il 7% all’anno. Siamo ben lontani da questa traiettoria.
Uno studio pubblicato su Nature Communications (2024) mostra come la decarbonizzazione sia possibile puntando sulla riduzione della domanda di energia, l’efficienza degli edifici e la diffusione capillare delle rinnovabili, senza dover aspettare tecnologie future incerte come la cattura della CO₂.
Le 10 azioni chiave per invertire la rotta
Il documento firmato da oltre 70 esperti propone un elenco concreto di azioni urgenti, tra cui:
- Stop al consumo di suolo e censimento degli immobili inutilizzati;
- Stop agli investimenti in combustibili fossili e promozione di un trattato globale per fermarne la proliferazione;
- Transizione alle rinnovabili solo su superfici già impermeabilizzate, senza sacrificare terreni agricoli;
- Applicazione rigorosa della nuova Direttiva europea sulla qualità dell’aria;
- Incentivi per l’edilizia sostenibile, con obiettivo 15 kWh/m²/anno di consumo energetico;
- Sviluppo di infrastrutture ciclabili e pedonali estese, sicure e intermodali;
- Adozione di stili di vita sostenibili (es. la campagna giapponese Cool Biz);
- Eliminazione della plastica monouso;
- Valorizzazione del verde urbano secondo la regola del 3-30-300;
- Calcolo e addebito dei costi ambientali e sanitari alle aziende energetiche responsabili.
La regola del 3-30-300
- 3 alberi: ogni persona dovrebbe poter vedere almeno 3 alberi maturi dalla propria finestra di casa o del luogo di lavoro.
- 30% di copertura arborea nel quartiere: ogni quartiere dovrebbe avere almeno il 30% della sua superficie coperta da alberi (chiome), per migliorare la qualità dell’aria, abbassare le temperature e favorire il benessere psicofisico.
- 300 metri da uno spazio verde: ogni cittadina o cittadino dovrebbe vivere a non più di 300 metri da un parco, un giardino pubblico o una foresta urbana, per favorire l’accesso quotidiano alla natura.
Questa regola è stata promossa da ricercatori come il prof. Cecil Konijnendijk e adottata da diverse città europee (come Barcellona, Utrecht e Milano) per integrare la natura nei centri abitati e migliorare la resilienza urbana, la salute mentale e fisica, la socialità e la sostenibilità.
Serve coraggio politico e partecipazione collettiva
L’allarme è chiaro. Gli strumenti ci sono. Ma il tempo a disposizione è poco. La crisi climatica non è un problema lontano: riguarda la salute, la sicurezza e la qualità della vita di tuttə, oggi. Serve una politica coraggiosa, basata su evidenze scientifiche, e una cittadinanza partecipe, informata e attiva.
Solo unendo competenze, consapevolezza e responsabilità sarà possibile costruire un futuro vivibile. Prima che l’emergenza diventi irreversibile.
Fonte
ISDE – Associazione Medici per l’Ambiente

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