La crisi climatica ha ripercussioni significative non solo sulla salute fisica ma anche sulla salute mentale, come sottolineato dall’OMS nel suo rapporto Mental health and Climate Change.
Il rapporto Lancet Countdown 2023 disegna un quadro abbastanza preoccupante sugli impatti della crisi climatica sulla salute globale e sulle potenzialità delle azioni di mitigazione che potrebbero invertire la rotta.
Con il contributo di 114 esperti provenienti da 52 istituzioni e agenzie ONU, la ricerca ha evidenziato come l’aumento delle temperature abbia già fatto registrare le medie più alte degli ultimi 100.000 anni, infrangendo record di caldo in ogni continente.
Gli effetti non si limitano al disagio fisico: ondate di calore estremo e siccità diffusa stanno rendendo insicure le fonti di acqua, cibo e servizi sanitari, specialmente nei Paesi più poveri.
Per anziani e neonati, le categorie più vulnerabili, la situazione è drammatica. Queste persone oggi sono molto più esposte alle giornate di calore estremo rispetto agli anni tra il 1986 e il 2005 e la mortalità da calore tra gli anziani è aumentata dell’85% rispetto ai livelli del periodo 1990-2000.
Sono dati che rappresentano non solo una crisi climatica, ormai sotto gli occhi di tutti, ma anche una profonda crisi sanitaria globale che si riflette nelle disuguaglianze economiche: i danni finanziari da eventi climatici estremi hanno registrato una crescita del 23% tra il 2010 e il 2022 e hanno causato una perdita di reddito mondiale pari a 863 miliardi di dollari solo per l’esposizione al calore.
Le stime del Lancet Countdown mostrano quindi scenari allarmanti. Se non si cambia rotta, le proiezioni prevedono che entro il 2041–2060 oltre mezzo miliardo di persone sarà colpito da insicurezza alimentare da moderata a severa a causa del caldo, mentre la diffusione di malattie infettive come dengue e malaria sarà esacerbata.
Nonostante anni di avvertimenti della comunità scientifica, i progressi concreti sono ancora lenti: se oggi la temperatura media globale aumenta verso i 3°C, il mondo andrà incontro a rischi per la salute sempre più gravi e difficili da gestire.
La transizione energetica, fondamentale per limitare gli impatti del cambiamento climatico, stenta a decollare. Solo il 9,5% dell’elettricità globale proviene da fonti rinnovabili, mentre gli investimenti in combustibili fossili nel 2022 hanno superato il trilione di dollari. Ciò che il rapporto sottolinea con forza è che la transizione verso un futuro a zero emissioni può portare benefici enormi per la salute: meno inquinamento atmosferico significa evitare fino a 1,9 milioni di morti all’anno, mentre la promozione di stili di vita più attivi e sostenibili potrebbe salvare milioni di vite.
Tuttavia, la vera sfida sarà mantenere al centro delle politiche climatiche un approccio orientato alla salute e alla giustizia sociale, evitando quello che Lancet definisce “healthwashing” – un rischio concreto, in cui l’apparente attenzione alla salute diventa una copertura per manovre inefficaci.
In questo difficilissimo contesto, la comunità sanitaria è chiamata a svolgere un ruolo di guida: può fare pressione sui decisori politici e vigilando affinché ogni intervento climatico abbia un impatto positivo e reale sulla salute.
Nonostante le difficoltà, il rapporto lancia un messaggio di speranza: un futuro è ancora possibile, ma solo con l’impegno congiunto di sanità, istituzioni e imprese verso azioni climatiche ambiziose, rapide e sostenute nel tempo.
Ho parlato di questo tema con Eline Vanuytrecht (European Environment Agency) e Roberto De Vogli (Università di Padova) su TrendSanità (puoi leggere l’articolo completo). Ecco una sintesi.
Impatto degli eventi estremi
Eline Vanuytrecht descrive tre principali vie attraverso cui il cambiamento climatico incide sulla salute mentale:
- Eventi meteorologici estremi: fenomeni come ondate di calore, inondazioni, siccità prolungate e incendi possono causare Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD), ansia e depressione. Ad esempio, tra il 1998 e il 2018, si stima che tra 1,72 e 10,6 milioni di persone in Europa abbiano riportato disturbi mentali a seguito di inondazioni.
- Temperature elevate: il caldo estremo peggiora disturbi comportamentali e aumenta il rischio di suicidio. In Italia, uno studio pubblicato su Epidemiology ha rivelato che le persone con disturbi mentali sono a rischio più alto di mortalità nelle giornate calde.
- Ansia climatica: il cambiamento climatico in corso e previsto genera ansia e paure legate alla perdita di mezzi di sussistenza e coesione sociale, colpendo gruppi vulnerabili come bambini, anziani e comunità socialmente più deboli.
Salute mentale e movimenti giovanili
Roberto De Vogli evidenzia come il tema sia discusso da decenni, ma spesso ignorato a causa del negazionismo climatico finanziato dall’industria dei combustibili fossili.
Con l’aumento delle evidenze scientifiche, oggi non si parla solo di danni fisici, ma anche di quelli mentali ed emotivi, generati dall’esposizione a eventi estremi e dalla consapevolezza delle gravi conseguenze future del cambiamento climatico.
Il professore sottolinea che i giovani sono particolarmente sensibili a questi temi, come dimostrano i movimenti di protesta giovanile (ad esempio, Extinction Rebellion, Fridays for Future). Questi movimenti cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica e spingono per un cambiamento strutturale della società, che coinvolga economia, trasporti, agricoltura e stili di vita.
Tuttavia, molti giovani soffrono anche di ansia per il futuro, tanto da sviluppare quella che è definita “eco-ansia” o preoccupazione riproduttiva, ovvero la riluttanza a mettere al mondo figli per timore di esporli a un futuro incerto.
Attivismo e benessere psicologico
Secondo De Vogli, l’attivismo può essere uno strumento efficace per contrastare il disagio psicologico legato alla crisi climatica, poiché permette alle persone di trasformare l’impotenza in azione concreta.
Questo coinvolgimento attivo può aiutare a superare stati depressivi, opponendosi al senso di paralisi e frustrazione.
Riflessioni sulla psicopatologia climatica
Infine, De Vogli invita a riflettere anche sulle cause psicologiche alla base della crisi climatica. Egli ritiene che la società moderna manifesti una forma di “psicopatologia collettiva”, evidenziando una sorta di dissociazione tra la consapevolezza della crisi e il mantenimento di uno stile di vita che alimenta il problema.
Cita la crescita economica infinita come uno dei miti pericolosi, paragonandolo a un sistema di negazione della realtà.
La salute mentale degli scienziati
De Vogli conclude sottolineando le sfide affrontate dagli scienziati del clima, che, dopo aver raccolto e analizzato dati allarmanti, devono spesso “edulcorare” i messaggi per non generare pessimismo. Questo genera una forte pressione psicologica, con conseguente rischio di depressione.
Alcuni scienziati sono stanchi di attenuare la verità e ritengono che abbiamo già superato il punto di non ritorno, addentrandoci in un futuro incerto e potenzialmente devastante.
Fonte: TrendSanità

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