In un momento storico in cui la crisi climatica si fa sempre più evidente, come testimoniano le recenti alluvioni, ci sono movimenti che scelgono di agire in modo diretto per scuotere le coscienze e richiamare l’attenzione delle istituzioni.

Tra questi, Ultima Generazione si caratterizza per le sue azioni di disobbedienza civile, spesso al centro del dibattito pubblico.

Bloccando strade, compiendo azioni eclatanti ma innocue nei musei e proponendo soluzioni concrete, il movimento cerca di sensibilizzare la popolazione e mandare un messaggio al mondo della politica, l’unico che può realmente intervenire avviando processi di mitigazione climatica.

Ho intervistato Giovanni, giovane medico e portavoce di Ultima Generazione, per approfondire le motivazioni, le strategie e le sfide di chi lotta ogni giorno per un futuro non solo sostenibile ma reale.

Parliamo delle vostre azioni di protesta. Potresti spiegare i vari tipi di azioni che intraprendete e come le organizzate?

Le nostre azioni variano dai blocchi stradali a interventi nei musei, ma ci sono anche azioni a basso rischio legale, che chiamiamo “azioni orizzontali”. Ad esempio, utilizziamo uno striscione durante i semafori rossi per attirare l’attenzione, senza bloccare completamente il traffico. Questo tipo di azioni, anche se meno invasive, riesce comunque a sensibilizzare chi si ferma a leggere il messaggio.

Queste azioni sono sempre pianificate?

Sì, c’è un gruppo di lavoro che pianifica ogni dettaglio. Ad esempio, per i blocchi stradali scegliamo zone lontane dagli ospedali, per non interferire con i mezzi di soccorso. Anche per le azioni nei musei, facciamo sopralluoghi e ci assicuriamo di non danneggiare le opere, che sono sempre protette da teche. Oppure scegliamo sempre zone lontane dagli ospedali per non compromettere le azioni di soccorso. È tutto attentamente pianificato, mai casuale.

Qual è l’obiettivo principale delle vostre azioni?

Il nostro obiettivo è risvegliare le coscienze interrompendo la quotidianità delle persone. Vogliamo far capire che non si può continuare con la vita di tutti i giorni senza pensare alle conseguenze del cambiamento climatico, come la siccità in Sicilia o le alluvioni. Creiamo un disagio, ma anche un sacrificio personale, per far capire alle persone che stiamo rischiando in prima persona per una causa importante, sperando che in qualche modo possano empatizzare con noi.

Come reagiscono a queste azioni?

La reazione è varia. Alcuni si infastidiscono, ma anche chi si arrabbia spesso poi riflette su ciò che facciamo. Se riusciamo a sensibilizzare anche solo una piccola parte della popolazione, e quella percentuale ci sostiene, allora il nostro obiettivo è raggiunto. Ci basta anche un 20% che si rende conto di ciò che facciamo e che magari inizia a sostenerci anche in modo indiretto. Se poi riusciamo a mobilitare anche un 3% su una popolazione di milioni di persone, abbiamo raggiunto un obiettivo importante.

La vostra missione va oltre la sensibilizzazione, giusto?

Esatto. Noi non ci limitiamo a sensibilizzare, proponiamo soluzioni concrete. Lavoriamo per mobilitare una massa critica che costringa la politica ad ascoltarci. Ad esempio, una delle nostre campagne attuali è il “Fondo Riparazione”, che alcune forze politiche hanno già iniziato a considerare. Non importa se poi qualche partito se ne “approprierà” senza nominarci.

Ci puoi spiegare meglio in cosa consiste il “Fondo Riparazione”?

Proponiamo la creazione di un fondo di emergenza che copra le spese delle Regioni e delle comunità colpite dal collasso climatico. È importante sottolineare che non parliamo solo di un problema ambientale, ma di un collasso climatico e sociale, con conseguenze dirette sulla salute e il benessere di tutti noi. L’aspetto sociale va ribadito ed è un elemento che in qualche modo ci distingue dagli altri movimenti. Non siamo ambientalisti, vogliamo indicare l’impatto del cambiamento climatico sulla società, ma anche sulla salute.

La non violenza è una parte fondamentale delle vostre azioni. Quanto è efficace?

Crediamo fortemente nella non violenza come metodo di protesta. I grandi cambiamenti della storia sono stati ottenuti proprio attraverso la non violenza e noi continuiamo su questa strada, perché non crediamo nella violenza come unico strumento di cambiamento. Le nostre azioni creano un disagio reale, ma sempre in modo pacifico.

Quanto sono consapevoli i giovani della crisi climatica?

I giovani sono molto più consapevoli rispetto alle generazioni precedenti. Tendenzialmente si informano di più e comprendono meglio i problemi legati al clima. Anche se parliamo con persone più adulte che vivono già il cambiamento climatico, spesso tendono a incolpare altri fattori, come la cattiva gestione delle risorse, ad esempio, o l’inazione del governo. In Sicilia non c’è acqua e molti siciliani accusano l’azienda che gestisce le risorse idriche, gli indotti colabrodo.

Certamente sono tutte argomentazioni corrette, ma il punto è che non dovrebbero ricorrere ai dissalatori, perché l’acqua c’è stata e dovrebbe esserci ancora. E ogni anno sarà sempre peggio di quello precedente, la situazione sarà sempre più critica come dicono da tempo gli esperti sul clima. La crisi climatica corre a una velocità imprevista ed è difficile capire come sia difficile smuovere le coscienze.

È come se fosse più facile immaginare la fine del mondo che cambiare il modello socio-economico in cui viviamo. Forse si pensa che all’ultimo minuto ci sarà qualcuno che salverà il pianeta. È che dovrebbe cambiare il sistema economico globale.

Che ne pensate delle nuove misure di sicurezza che limitano le manifestazioni?

Il dissenso è sempre stato represso, ma con le nuove leggi, la situazione è peggiorata. Ad esempio, uno dei nostri attivisti, Giacomo, ha interrotto a maggio scorso una partita di tennis con dei coriandoli e ora rischia la sorveglianza speciale, una misura solitamente riservata a chi è accusato di reati mafiosi. Questo tipo di repressione è assurdo e mina il diritto di esprimere il dissenso. Se prima del ddl sicurezza c’era già la possibilità di usare alcuni strumenti in modo illecito, pensiamo cosa può accadere oggi.

Questo vi scoraggerà nelle vostre azioni future?

No, continueremo con la disobbedienza civile, ma dovremo sicuramente ripensare alcune delle nostre azioni per evitare conseguenze troppo pesanti per noi. Molti hanno già denunce o fogli di via, non possiamo finire tutti in galera, vista la norma che prevede il carcere anche per più di due persone che protestano. Sembra proprio pensata ad hoc per evitare qualunque protesta o blocco stradale. Stiamo quindi riflettendo sul da farsi. 

Non cambieremo la nostra visione a lungo termine, cioè la nascita di una democrazia partecipativa, con assemblee cittadine che possano partecipare alle decisioni. Nessuno al governo deve pensare di poter sconvolgere la Costituzione solo perché ha la maggioranza, anche i cittadini hanno il diritto di esprimersi.

Nel lungo termine, la repressione del dissenso potrebbe portare anche dei vantaggi e cioè una maggiore e concreta collaborazione tra i vari movimenti, non solo di strada, ma anche culturali e politici, creare delle reti di mutuo supporto. Già collaboriamo con altre realtà come Extinction Rebellion o Fridays for Future.

Nonostante tutto, il nostro impegno non cambierà.

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