Parlare di cambiamento climatico vuol dire parlare anche di migrazioni, di guerre e di persecuzioni.
La seconda giornata della #Cop29 si è aperta proprio con la pubblicazione di un rapporto dedicato a questo tema, intitolato “No escape”, da parte dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Il rapporto porta alla luce un aspetto troppo spesso ignorato del cambiamento climatico: il suo impatto diretto sulle migrazioni forzate.
Negli ultimi dieci anni, eventi climatici estremi come inondazioni, siccità e ondate di calore hanno costretto 220 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, con una media di circa 60.000 sfollati al giorno.
Gran parte di questi eventi si verificano in contesti già segnati da fragilità e conflitti, aggravando una realtà già devastante e moltiplicando le difficoltà per chi è costretto alla fuga. Spesso le persone cercano di rimanere vicine alle loro comunità con la speranza di poter ritornare, ma l’aumento dei rischi climatici rende la situazione sempre più precaria sia per gli sfollati sia per le comunità ospitanti.
Entro il 2040, si prevede un aumento significativo dei Paesi esposti a pericoli estremi legati al clima, da tre a ben 65, e molti di questi accolgono già popolazioni sfollate. Ciò vuol dire che i rifugiati e le persone in fuga si troveranno in un circolo vizioso, dove il luogo di destinazione è altrettanto fragile di quello di origine.
Inoltre, le previsioni indicano che entro il 2050 il numero di giorni di caldo estremo nei campi rifugiati potrebbe raddoppiare, rendendo la vita in questi insediamenti ancora più difficile e ostacolando ulteriormente il ritorno alla normalità.
Attualmente, oltre il 70% delle persone sfollate e dei richiedenti asilo provengono da Paesi altamente vulnerabili al cambiamento climatico, Paesi che, tra l’altro, hanno una capacità limitata di migliorare la loro resilienza.
La crisi climatica non è un fenomeno isolato: è una crisi umanitaria che si intreccia con i conflitti e le disuguaglianze esistenti, colpendo in maniera sproporzionata le popolazioni più vulnerabili.
Paesi come il Sudan, la Siria, la Repubblica Democratica del Congo, il Myanmar, l’Etiopia, lo Yemen e la Somalia sono esempi concreti di luoghi dove conflitti e crisi ambientali si alimentano a vicenda, spingendo milioni di persone a fuggire senza alcuna certezza sul futuro.
Il rapporto “No escape” non si limita però a descrivere uno scenario disperato. Al suo interno si trovano anche soluzioni concrete, basate su un approccio integrato e intelligente dal punto di vista climatico, con un focus sui diritti umani e sulla necessità di protezione. Le principali raccomandazioni sono:
- Investire nella resilienza climatica nei contesti più fragili e nei Paesi in conflitto, per mitigare i rischi e offrire condizioni migliori alle persone sfollate.
- Includere le voci delle popolazioni sfollate e delle comunità ospitanti nelle decisioni politiche e finanziarie sul clima, garantendo che le soluzioni rispondano ai loro bisogni reali.
- Proteggere le persone in fuga dagli impatti del cambiamento climatico, attraverso l’applicazione e l’adattamento degli strumenti giuridici esistenti.
- Accelerare la riduzione delle emissioni di anidride carbonica per prevenire nuovi disastri climatici e ridurre la necessità di ulteriori migrazioni forzate.
Quando diciamo che il cambiamento climatico impatta e impatterà sulla maggior parte degli aspetti della nostra vita e di quella delle generazioni future, intendiamo questo.
Parlare di clima, di ciò che sta succedendo e di ciò che succederà è sempre più urgente: accorgersi che la nave fa acqua è il primo passo per cercare di fare qualcosa per salvarsi.
Non è più possibile ignorare la stretta relazione tra crisi climatica, conflitti e migrazioni: è necessario affrontare queste sfide in modo sistemico, con una visione inclusiva e coraggiosa.
Il rapporto “No escape” è un appello all’azione, allarme più che un invito, a non voltarsi dall’altra parte di fronte a un problema che riguarda l’intera umanità e la sopravvivenza di tutte le specie viventi. Servono soluzioni per dare un futuro a milioni di persone e solo attraverso un impegno collettivo e coordinato potremo affrontare la crisi climatica e fare in modo che nessuno sia costretto a fuggire dalla propria casa.
La responsabilità è tutta nostra e il momento di agire è adesso.
Prendiamo consapevolezza della crisi, uniamo le forze e agiamo ora per costruire un futuro più sicuro e giusto per tutte e tutti.

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