In un mondo sempre più interconnesso, dove le azioni in un angolo del pianeta possono avere ripercussioni globali, il cambiamento climatico emerge come una delle sfide più pressanti del nostro tempo. Non si tratta più di un fenomeno astratto o di un problema relegato a un futuro lontano; le sue conseguenze si stanno manifestando qui e ora, con impatti tangibili sulla nostra vita quotidiana e, cosa ancora più allarmante, sulla nostra salute.
Come giornalisti, abbiamo un obbligo deontologico di saper raccontare questi cambiamenti, in modo oggettivo, senza allarmare, ma senza nemmeno dare false speranze. Non è nostro compito rassicurare, ma fornire ai lettori e alle lettrici tutti gli strumenti e le informazioni utili per farsi un’idea chiara su cosa stia succedendo al nostro pianeta.
Senza imparzialità, questo esercizio risulta non solo difficile, ma dannoso per chi ci legge.
Quando si tratta di scienza, a maggior ragione, le opinioni non possono avere la meglio sui fatti oggettivi. E la scienza oggi afferma che il cambiamento climatico esiste, che buona parte di questo è causato direttamente o indirettamente dalle attività dell’uomo, ma ci dice anche cosa possiamo fare per correre ai ripari.
Fermarsi alla ricerca del colpevole, dividersi tra chi non crede che l’uomo abbia colpe e chi invece affida all’umanità la causa totale di ciò che sta succedendo al nostro pianeta, è sbagliato. Non è una caccia alle streghe, quella che dobbiamo fare, ma un’analisi scientifica di cosa sta succedendo al clima e delle conseguenze che possono esserci sulle persone, sugli animali, sulle piante e su ogni essere vivente della Terra.
Cosa si può fare per arginare l’impatto del clima? Molto. Ma non basta la buona volontà dei singoli, occorre che i governi e l’industria siano allineati con ciò che dice la scienza, altrimenti la caccia alle streghe continuerà. E alla fine, perderemo tutti.
Clima e salute: non se ne parla abbastanza
Immaginiamo per un momento di sorvolare il nostro pianeta, osservando dall’alto i cambiamenti in atto. Vedremmo ghiacciai che si ritirano, foreste che bruciano, città sommerse dall’acqua. Ma se potessimo guardare più da vicino, scopriremmo che questi cambiamenti ambientali stanno silenziosamente ridisegnando la mappa della salute globale.
Il nesso tra clima e salute è diventato un tema centrale nel dibattito scientifico e politico, rivelando una realtà complessa e multiforme che richiede un’attenzione immediata. In questo scenario, il giornalismo si trova a giocare un ruolo cruciale, fungendo da ponte tra la comunità scientifica e il pubblico, tra i decisori politici e i cittadini. Ma come può il giornalismo affrontare efficacemente questa sfida epocale? Come può tradurre la complessità dei dati scientifici in narrazioni che non solo informino, ma anche motivino all’azione?
L’impatto del riscaldamento globale sulla salute
Le ondate di calore, ad esempio, non sono più solo una scocciatura estiva, ma vere e proprie minacce letali. Nel 2003, l’Europa ha vissuto sulla propria pelle questa realtà, quando un’ondata di calore eccezionale ha causato oltre 70.000 morti in eccesso. Anche l’estate del 2022 è stata terrificante con oltre 60.000 morti. E questo potrebbe essere solo l’inizio: l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che tra il 2030 e il 2050, il cambiamento climatico causerà circa 250.000 morti aggiuntive all’anno.
Ma il caldo estremo è solo la punta dell’iceberg. Con l’aumento delle temperature, stiamo assistendo a una vera e propria migrazione delle malattie. La zanzara tigre, vettore di malattie come dengue e chikungunya, sta espandendo il suo habitat verso nord, portando con sé rischi sanitari un tempo confinati alle regioni tropicali. In Italia, ad esempio, abbiamo già assistito a focolai autoctoni di queste malattie, un fenomeno impensabile solo pochi decenni fa: secondo l’Istituto Superiore di Sanità, nel primo semestre 2024 il numero di casi confermati da virus Dengue è aumentato di oltre 5 volte rispetto allo stesso periodo del 2023.
L’impatto dell’inquinamento sulla salute
L’inquinamento atmosferico, esacerbato dal cambiamento climatico, sta causando milioni di morti. Secondo l’OMS, nel 2019 l’inquinamento dell’aria ha causato 4,2 milioni di morti premature nel mondo. Un numero che ci ricorda come la salute del pianeta e la nostra siano intrinsecamente legate.
Non possiamo nemmeno trascurare gli impatti sulla salute mentale. Eventi climatici estremi come inondazioni, siccità o uragani non solo distruggono case e infrastrutture, ma lasciano cicatrici profonde nella psiche delle comunità colpite. L’ansia climatica – o eco-ansia – sta emergendo come una nuova forma di disagio psicologico, soprattutto tra i giovani, che guardano al futuro con crescente preoccupazione.
Il giornalismo al bivio: informare o allarmare?
Torniamo al dubbio espresso all’inizio: di fronte a questo scenario, come possiamo raccontare questa realtà complessa senza cadere nel catastrofismo? Come bilanciare l’urgenza dell’azione con la necessità di non allarmare?
La complessità del tema è il primo grande ostacolo. Il cambiamento climatico non è solo una questione ambientale, ma un intreccio di scienza, economia, politica e giustizia sociale. Un giornalista che si occupa di clima deve essere un po’ scienziato, un po’ economista, un po’ sociologo. Deve saper interpretare grafici complessi e tradurli in storie comprensibili, deve capire le implicazioni di trattati internazionali e spiegarle al pubblico in modo chiaro.
Ma la sfida non si ferma qui. Il giornalismo climatico deve navigare in acque torbide, dove l’influenza delle lobby fossili è ancora forte. Come riportare in modo equilibrato quando potenti interessi economici cercano di minimizzare la crisi? Come dare voce alla scienza quando viene messa in dubbio per ragioni politiche o economiche?
E poi c’è la questione dell’equilibrio nella narrazione. Da un lato, c’è la necessità di comunicare l’urgenza della crisi, dall’altro il rischio di provocare un senso di impotenza o, peggio, di apatia nel pubblico. Come trovare il giusto equilibrio tra allarme e speranza?
Verso un nuovo giornalismo climatico
Nonostante queste sfide, o forse proprio a causa di esse, il giornalismo ha l’opportunità di reinventarsi e di giocare un ruolo fondamentale nella lotta al cambiamento climatico.
In primo luogo, c’è bisogno di un giornalismo che sappia rendere il cambiamento climatico non solo attraverso numeri e grafici, ma storie di persone reali che stanno vivendo gli impatti del clima che cambia. Il racconto di un agricoltore che lotta contro la siccità, di un pescatore che vede cambiare i suoi mari, di un medico che affronta nuove malattie: sono queste le storie che possono far comprendere al pubblico la reale portata della crisi.
Allo stesso tempo, il giornalismo climatico deve diventare più propositivo. Non basta più denunciare i problemi, è necessario esplorare le soluzioni. Raccontare le innovazioni tecnologiche che stanno emergendo per combattere il cambiamento climatico, le politiche coraggiose adottate da alcuni paesi, le iniziative di comunità che stanno facendo la differenza. Questo approccio costruttivo non solo informa, ma ispira e motiva all’azione.
Un altro aspetto cruciale è l’interdisciplinarità. Il giornalismo climatico deve abbattere i silos tradizionali dell’informazione. La sezione “ambiente” non basta più: il clima deve diventare una lente attraverso cui guardare economia, politica, salute, tecnologia. Solo così si può restituire la complessità e la pervasività del fenomeno.
C’è bisogno di un giornalismo che sappia parlare ai giovani. Sono loro che erediteranno il pianeta che stiamo plasmando oggi, sono loro che mostrano la maggiore preoccupazione per il futuro climatico. Il giornalismo deve trovare nuovi linguaggi, nuove piattaforme, nuovi formati per raggiungere e coinvolgere le giovani generazioni.
Ma c’è bisogno anche di un giornalismo d’inchiesta, che porti allo scoperto pratiche dannose da parte di grandi gruppi di interesse o governi, che non abbia timore di denunciare pratiche pericolose, greenwashing e altre attività che mettono a repentaglio tutto ciò che di serio si sta facendo per rallentare gli effetti negativi del cambiamento climatico.
Un compito decisivo
Tutto ciò premesso, è chiaro che noi giornalisti abbiamo un compito fondamentale. Si tratta di raccontare la più grande sfida che l’umanità abbia mai affrontato, una sfida che mette in gioco non solo il nostro benessere, ma la nostra stessa sopravvivenza come specie.
Ma è anche un’opportunità straordinaria di rinnovare il patto di fiducia con il pubblico, di riaffermare il ruolo centrale dell’informazione nella società, di essere veramente al servizio del bene comune.
Il cambiamento climatico sta ridisegnando il nostro mondo. Sta al giornalismo aiutare a comprenderlo, a navigarlo e, si spera, a cambiarlo per il meglio. È una sfida immensa, ma è una sfida che non possiamo permetterci di perdere. Perché in gioco non c’è solo il futuro del giornalismo, ma il futuro di tutti noi.
Angelica Giambelluca

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